Vantaggio assoluto (Absolute advantage)

È uno dei più importanti e altresì semplici concetti di economia. Se una persona, impresa o nazione confrontata con un’altra persona, impresa o nazione, produce una maggiore quantità di qualcosa con lo stesso ammontare di lavoro e risorse, o produce la stessa quantità con un ammontare inferiore, si parla di vantaggio assoluto. Comunque, essere il migliore a fare qualcosa non significa che fare quella cosa è il miglior modo per usare delle risorse economiche, che sono per definizione scarse.

La domanda se specializzarsi e su cosa specializzarsi dipende dal vantaggio comparato, cioè dalla maggiore efficienza (quindi dal minore impiego di risorse a parità di tempo) a produrre un bene rispetto ad un altro bene in confronto ad un altro soggetto. In realtà esiste sempre un vantaggio comparato nel produrre qualcosa perché ci sarà sempre una differenza di efficienza fra due soggetti quindi uno potrà comunque specializzarsi rispetto ad un altro, guadagnandoci.

Per capire perché, immaginiamo di avere due nazioni: Prima e Ultima. Entrambe hanno 10.000 lavoratori e possono produrre due beni: computer e macchine. L’economia di Prima è maggiormente produttiva di quella di Ultima, infatti per produrre un computer Prima necessita di 5 lavoratori, mentre Ultima 10. Per produrre una macchina Prima necessita di 20 lavoratori, mentre Ultima 200. Se non ci fosse alcuno scambio, e in ogni nazione i lavoratori si dividessero a metà fra le industrie, Prima produrrebbe 1.000 computer e 250 macchine mentre Ultima produrrebbe 500 computer e 25 macchine. Cosa succede se le due nazioni si specializzano? Sebbene Prima goda di un vantaggio assoluto, è particolarmente più efficiente nel produrre macchine, quindi decice di usare più risorse nell’industria automobilistica, per esempio 7.000 lavoratori, producendo così 350 auto e 600 computer. Ultima, invece, produce questa volta solo computer, quindi 1.000. La produzione complessiva è quindi aumentata, così entrambe le nazioni possono consumare di più se commerciano, ma a quale prezzo? Ovviamente vorranno acquistare dall’estero a prezzi più bassi di quelli interni. Ammettiamo che i termini del commercio siano fissati a 13 computer per auto, quindi sono scambiati 494 computer per 38 macchine: Ultima finirebbe per avere 38 macchine e 506 computer, mentre Prima avrebbe 312 auto e 1.094 computer, quindi entrambi sono più ricchi grazie al commercio rispetto alla situazione iniziale. Questo è vero, anche se Prima gode di un vantaggio assoluto su entrambi i beni, proprio grazie all’esistenza del vantaggio comparato, che è diverso fra le due nazioni visto che il vantaggio comparato di Prima è maggiore nelle macchine che nei computer. Ultima, sebbene produca a costi maggiori in entrambe le industrie, fabbrica i computer a prezzi minori rispetto alle auto. Se ogni nazione si specializza nel prodotto nel quale ha un vantaggio comparato, entrambe ottengono di più grazie al commercio. L’essenza della teoria è quindi che alle nazioni conviene commerciare proprio perché sono differenti e dato che è impossibile per una nazione non avere un vantaggio comparato in qualcosa: anche se è meno efficiente in tutto ha un vantaggio comparato nell’industria dove è relativamente meno inefficiente. Inoltre, non c’è ragione di pensare che il vantaggio comparato sia statico, perché grazie al commercio e quindi alla maggiore ricchezza che questo produce la nazione meno efficiente potrà permettersi migliori scuole ed infrastrutture, che potranno determinare vantaggi comparati in altre attività.

Questa è la teoria, che matematicamente non fa una grinza. Ma nessuna teoria è valida se non si confronta con la realtà: perché abbiamo ancora nazioni molto ricche e nazioni molto povere (vedi immagine della pagina precedente che mostra il PIL del 2008, fonte IMF), nonostante la teoria dei vantaggi comparati risalga all’economista e banchiere David Ricardo (1772-1823)?

Il problema è che questa visione idilliaca dell’economia, che si basa sulla divisione del lavoro evidenziata da Adam Smith (1723-1790) e sulla sua ipotesi della Mano invisibile, cioè l’autoregolamentazione del mercato (parleremo di Smith nella seconda lezione) si scontra con il diverso peso economico (e di forza) delle persone, delle imprese e delle nazioni, rapporto di forza che rappresenta la base della competizione: chi è più forte sfrutta il più debole secondo le regole della cosiddetta economia predatoria7, che non è basata sulla razionalità degli individui perché gli individui non agiscono in modo totalmente razionale bensì istintivo, comportamento che deriva dalla necessità biologica di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo: per esempio, perché perdere tempo a cercare di mettersi d’accordo e di aiutare i più deboli quando si può predare, cioè derubare e/o uccidere, il debole? La competizione, infatti, è il primo passo verso la predazione, sia in biologia che in economia.

La competizione, in biologia, può essere definita come un’interazione fra due (o più) organismi (o specie) nella quale, per ciascuno, il tasso di nascita e/o crescita è ridotto e/o il tasso di mortalità è aumentato a causa dell’altro organismo (o specie)8. Tale interazione nasce sia tra individui che fra gruppi quando una risorsa, che può essere il territorio, l’acqua, il cibo, il partner o qualunque altro bene, è scarsa; o considerata scarsa, dato che l’aspetto psicologico è fondamentale.

Se la definizione biologica di competizione, che riguarda tutti gli esseri viventi, non è certamente idilliaca, perché quella economica, invece, sembra assumere un significato esclusivamente positivo? Vantare solo le gioie della competizione senza considerare i suoi aspetti negativi significa avere una visione poco rispondente alla realtà, retaggio di un periodo in cui la conoscenza significativa, in particolar modo quella della biologia e dell’etologia, era agli albori; oppure, peggio, significa nascondere la realtà.

Le idee principali sulle quali si basa la nostra economia, cioè il nostro sistema economico, hanno avuto origine tre secoli fa: affermano che il libero mercato ha bisogno di poche leggi, poche norme generali, seguendo quanto stabilito da Adam Smith; è vero che poi queste idee sono state integrate, iniziando con John Maynard Keynes, con la necessità di interventi pubblici, ma questi interventi sono eventuali e comunque rimane la fiducia di base nel libero mercato.

Il sistema fondato sui concetto di libero mercato sarebbe perfetto se tutti fossimo razionali e se avessimo come interesse il bene degli altri, di tutti gli altri, oltre al nostro; è invece evidente che i comportamenti competitivi, dove solo uno o pochi migliorano il proprio stato iniziale mentre gli altri lo peggiorano (anche perché i più poveri sono spesso spogliati dei propri beni, con l’inganno o con la forza), sono basati sull’interesse individuale che sfocia nel comportamento predatorio: uno dei motivi più importanti che rende pericoloso tale comportamento, naturale come detto e come vedremo nella prossima lezione ma non il migliore possibile, è che le informazioni non sono uguali per tutti e chi ne ha di più le sfrutta per interesse personale, nel senso che è più facile predare chi non sa di essere una preda o chi crede di essere un predatore mentre in realtà è una preda, come avviene nella speculazione: infatti tutti pensano di potere guadagnare speculando, mentre in realtà guadagnano solo in pochi. Quando affronteremo la storia delle crisi di mercato, nella terza e quarta lezione, ci renderemo conto che anche le norme più rigide non sono sufficienti ad ottenere i comportamenti attesi da parte dei ‘predatori’, anche perché spesso sono i predatori a decidere le leggi; quindi serve qualcosa in più di leggi migliori.

A tale riguardo ricordiamo le parole del filosofo Anacarsi, che risalgono al VI secolo AEC: “Le leggi sono come una ragnatela: i deboli e i poveri ne rimangono impigliati, i potenti e i ricchi le rompono facilmente.” Anacarsi aggiunse anche, dopo avere assistito ad un’assemblea cittadina, che i saggi parlano ma i folli decidono9, rilevando uno dei problemi sollevati da Chomsky e che affronteremo nelle ultime due lezioni: l’assenza di democrazia reale, senza la quale non vi può essere un sistema socio-economico alternativo.


7 Il concetto di predazione nell’economia è affrontato, fra gli altri, dall’economista James K. Galbraith; suggerisco la lettura dell’articolo The Predator State nonché del suo libro The Predator State: How Conservatives Abandoned the Free Market and Why Liberals Should Too; Free Press, 2009. Un importante istituto di ricerca che ne fa le basi delle sue proposte di cambiamento socio-economico, oltre al nostro, è l’Institute for Local Self-Reliance. Come vedremo nella terza lezione, di capitalismo predatorio si può parlare già a partire dal XIV secolo, di economia predatoria da quando ha avuto origine la civiltà.

8 M. Begon, J. L. Harper, C. R. Townsend; Ecology: Individuals, Populations and Communities (Third Edition); Blackwell, 1996; p. 956.

9  Cfr.: Plutarco; Vite Parallele, Solone (testo in inglese).

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